lunedì 26 marzo 2012

Due Uomini

Comunicato stampa. Troppi testimoni, occorre una versione ufficiale.
L'analisi attuale dell'opinione pubblica tende in una nota accezione positiva nei confronti di Blackbourne, mentre la popolarità di Ryan è in costante declino.
Fulham Ranch. Il "nemico" storico di Mason, del Black Oak. Interazione interessante.
Troppi testimoni, fatti inalterabili, ma manipolabili. Lingua inglese, padronanza del mezzo mediatico, psicologia delle masse. Verità filtrata.
Buck Blackbourne ha affrontato un ricercato. La Sicurezza l'ha finito. Restare sul vago. Niente nomi, non deve trapelare il nome di chi ha premuto il grilletto.
Era uno della sicurezza. Nessuno potrà negarlo, neppure lui. Se poi vorrà chiarire il punto, il nome, potrà farlo ed io non avrò mentito. Logico.
Diffonderlo prima della notizia. Non rimedio, ma precauzione.
Chiedere i visti per il trasporto della salma. Avviare le pratiche sanitarie.
Defilarsi. Il centro del discorso devono essere Ryan e Blackbourne. Devo sfilare Hall Point dall'equazione, Restano due uomini, che si odiano palesemente, da sempre, che si sono uccisi a vicenda. Sarebbe potuto accadere ovunque. Due uomini.

Ho sbagliato a scrivere. Non mi capita mai. Un errore di battitura durante la seconda bozza del comunicato.
C'è solo una luce accesa, oltre a quella dell'holodeck. L'incenso è finito da tempo, ma permane un vago odore di sandalo.
Sandalo.
Mi fermo, stavolta volutamente.
Sandalo. Terezia. Olfatto. Ryan.
Dovrei percepire tristezza.

Provo odio. Un odio sottile, di sottofondo, dietro alla consapevolezza che quel dannato unionista mi ha ammazzato.

Continuo a chiedermi cosa si aspettasse Ryan da me. Mi ha guardato. Prima di morire. Mi ha detto che Blackbourne lo voleva uccidere.
La differenza tra volontà ed azione è fuorviante. Blackbourne ha avuto la volontà di iniziare lo scontro, volontà che Ryan non aveva. Comprensibile.
Ma i colpi li ha esplosi prima Ryan. Il cadavere, era tra le mani di Ryan.
Inoppugnabile.
Non vedo alcuna pecca logica, ma Ryan non è mai stato un tipo logico. E' sempre stato troppo passionale per essere un militare.

Sono soddisfatto di essere morto combattendo.

Mi alzo in piedi. Ho bisogno di una tazza di thé. Dolce, fruttato, come non piaceva a Ryan. Continuo a riflettere su di lui, sui dettagli del nostro rapporto. E continuo a non provare dolore.
Quello che è accaduto è perfetto. Vedo un equilibrio quasi artistico in quello che è accaduto al RoadHouse.
Ci sono due uomini. Tutto si riconduce a due uomini.

Un uomo, viene da me per litigare. Per arrabbiarsi, per accusarmi. Lo so, sono preparata. Sono serena. So gestire la situazione. So cosa e come dirglielo. Lo invito a sedersi, gli offro da bere. Sono tranquilla.

Un uomo viene da me per lavorare. Cerca supporto dall'unica istituzione che potrebbe darglielo e da quella che obiettivamente considera l'unica persona di cui potersi fidare. Lo so, sono preparata. Sono serena. So gestire la situazione. So cosa e come dirglielo. Lo invito a cena, una sera, al RoadHouse. Sono tranquilla.

Non ho previsto le interazioni. Non tutte.
Ho previsto l'interazione Scott-Ryan. Analizzata, preparata, minimizzato i danni. Ma non avevo calcolato Blackbourne. E' stato un mio errore.
Lascio scaldare l'acqua sulla piastra per il bollitore e rifletto. La base di tutto è un mio errore? No. Non lo è.
Esistono infinite variabili chiamate "persone". Non è umano riuscire a calcolarle tutte. E' un ambito aleatorio di calcolata incertezza.
Nel momento in cui hanno estratto le pistole, ho percepito l'istinto di piantare un sai nella spalla destra di ognuno dei due, di buttarli in un magazzino disarmati e di chiuderli dentro perché si sfogassero da soli. E' stato il mio primo, unico, esatto pensiero.
Provo rimpianto ed insoddisfazione per la sparatoria al RoadHouse. Ma provo soddisfazione per l'esito. Non capisco il dolore, non capisco la rabbia.
Mi fermo. Verso l'acqua nella tazza di ceramica con le foglie di thé essicato. Lentamente, come va fatto.
Capisco la rabbia. Guardo l'acqua fumante scorrere e capisco il dolore.
Loro, loro tutti, là fuori, non sono Me. Vedono con il cuore, non con la testa.
Ma non vedono veramente tutto quello che vedo io. Non vedono altri cuori ed altre teste. Sono limitati dal loro essere emotivamente coinvolti.

La guerra non è mai finita. La Flotta è diventata un inutile crogiuolo di burocrazie e cravatte. I ladri e gli assassini finiscono in galera per essere ributtati nelle strade poco dopo. Koroleva ci ride dietro, la gente non si sente sicura. Noi stessi tutori dell'ordine abbiamo le mani legate, davanti ad un Sistema che non combatte per ideali, ma per privilegi e sotterfugi. Io non voglio più farne parte.
Sono pronto a correre il rischio, pur di seguire ciò in cui credo. Semper Fidelis. Anche contro le regole, se serve.
Una scelta consapevole. Una presa di posizione forte, con forti conseguenze. Gliele ho dette tutte, non può ignorarle.
Dolore. Odio. La guerra non è finita, finché ci sono ancora i guerrieri in piedi. Non è un pezzo di carta firmato a chiudere le guerre.
Ma io sono pronto a combattere, anche contro le probabilità di vittoria. Non importa se non indossa più una giacca blu. E' un assassino, un vigliacco, un guerriero della parte sbagliata di ogni guerra, finita o non. Perché finché c'è chi la combatte, nessuna guerra è finita.
E se devo morire, me lo porto dietro, dannazione.
Io morirò combattendo, non dietro una scrivania. E di sicuro, se muoio, ti porto all'inferno con me.
Sono due specchi. Perché nessuno lo vede?

Due uomini. Non ne rimane neppure uno. Ed io sono certa che entrambi non volessero morire. Eppure, se glielo avessi chiesto, avrebbero dato la stessa risposta: voglio morire combattendo contro un dannato bastardo, portandomelo dietro.
Lo avrebbero detto, anche se poi una parte di loro avrebbe tremato sperando in un letto di morte, da vecchi, circondati dai nipoti. Ma loro, entrambi, sapevano benissimo che la guerra non è finita.

Porto il thé alle labbra. Odore di rosa, leggerissimo. Io lo vedo. Io lo Sento.
Percepisco emozioni che non sono mie. E' un toccasana, quando non ne hai di tue, quando ti sembra di guardare il mondo in cui vivi da un oblò, seduta davanti all'holotv.
Io lo Sento.
Sento che si soffre, morendo, anche se morendo combattendo. Sento l'ansia, la disperazione, il fatto che so che è finita.
Ma sento che ho creduto in ogni singolo passo che mi ha portato alla morte. Che, se rinascessi, compirei gli stessi identici passi. Credo che questo sia un privilegio.
Credo che Ryan e Blackbourne siano due privilegiati.
Credo che chi soffre per loro lo faccia solo perché non lo Vede.
Quanta gente piangerà per Blackbourne? Tutta Greenfield. Lo so.
Ryan, invece, non verrà compianto. Se mai ci fosse un funerale, Anthony non potrebbe andarci. E forse, Isabel non si farà vedere.
Sorseggio il thé, sedendomi di nuovo alla scrivania. Forse dovrei soffrire per Ryan. Forse sono nella posizione di poterlo fare. Se mi concentro, se mi impegno, forse potrei essere l'unica persona al suo funerale. Forse posso provare dolore. Un senso di perdita. Chiudo gli occhi e mi concentro. Devo pensare alla mancanza.
Caffè. Battute sul caffé. Ballare. Pessimo ballerino. Preoccupazioni. Rimproveri. "Ti vengo a riprendere nel buco del culo della nave madre indipendentista". Confidenze. Informalità. Chiamarsi per nome, in pubblico. "Stai bene?". Collaborare, parlare, essere sempre in contatto. Sempre. "Cosa sai di Baylong?". Fiducia, in un certo senso. Amicizia, in un certo modo.
Riapro gli occhi. Poso la tazza di thé vuota sulla scrivania. Non provo dolore, non avverto carenza.
Penso solo che devo parlare con Anthony. Devo dirgli che Ryan è morto come voleva morire. E devo chiedergli quel dannato archivio.

Se fossi una persona più emotiva, mi odierei.
Ma non essendo una persona emotiva, non provo odio.