C'è qualcosa, nel saloon di Oak Town, che mi fa sentire meno legata al mio ruolo. E non credo sia l'alcool.
Non ieri sera, almeno.
Eppure resto perfettamente congrua a me stessa.
Ho messo le cose in chiaro, anche se so che le probabilità che lui non abbia valutato appieno la situazione sono molto alte.
Ho percepito chiaramente il concetto di "desiderio". La sensazione di chi desidera qualcosa.
Sono abituata cercare di capire a cosa mirano i miei interlocutori, per ottenere il massimo vantaggio dal far loro raggiungere l'obiettivo, anticipando le loro richieste con le mie offerte. Ma non ho mai indagato il concetto di "desiderio".
Se non una sola volta, in vita mia, in cui ho avuto un desiderio io stessa.
Desideravo la morte di un uomo. E, in un certo senso, l'ho ottenuta.
Ma forse, la differenza è nel trasporto emotivo. Ed io ne ho avuto tanto, troppo, inaspettatamente, in forma d'odio. E' questo che compone la sostanza della parola "desiderio": una componente emotiva.
Sì, la differenza sfuma nella declinazione emozionale della frase.
Lui lo desiderava. Desiderava quel momento, desiderava quella vicinanza, desiderava quel contatto.
Io lo volevo. Volevo quel momento, volevo quella vicinanza, volevo quel contatto.
Il concetto di "volere" presuppone una oggettività che lui non credo avesse. O che forse io non dovrei aver avuto. Il punto è che siamo arrivati a quel bancone, a quelle scale, a quella camera, dopo una ponderata valutazione delle variabili. Per quanto mi riguarda.
Il mio coefficiente di rischio si riduce alla valutazione di due componenti di potenziale danno, ma di contro i vantaggi sono certi e molteplici.
E mentre mi dedico ad uno shopping mattutino fatto di frutta e verdura per il mercato di Oak Town, mi scopro a rendermi conto la che la differenza tra "desiderare" e "volere" si fonda sul fatto che chi "desidera" non stila analisi semantiche dopo aver ottenuto ciò che desiderava.